Quali motivazioni portano il cristiano oggi ad
impegnarsi nelle parrocchie o nelle associazioni?
Con che spirito offrire il proprio tempo e le
proprie risorse?
In ragione della fede.
I Volontari cristiani oggi
LA CARITÀ NON ABBIA
FINZIONI
Suggerimenti pastorali
e sociali
Pierluigi Dovis
L’esperienza del
volontariato, a motivo della sua diffusione e del credito che ha
assunto negli ultimi anni, non può essere estranea all’attenzione
pastorale e culturale di coloro ai quali stanno a cure due
esperienze di fondo: la testimonianza dell’Evangelo da una
parte e la costruzione del bene comune dall’altra. Il
volontariato è un grande valore per le nostre comunità e per la
società civile. Un valore etico in primo luogo, ma anche di
operatività. I numeri sono uno degli indicatori da non
sottovalutare. Ma, prima della quantità, conta lo sforzo di dare
qualità all’azione di solidarietà. Il nostro territorio e la
nostra Chiesa ne sono ricchi. Non possiamo sprecare un patrimonio di
tale dimensione. Per questo è opportuno riflettere, ma anche
proporre qualche elemento per redigere insieme un vero e proprio
progetto volontariato per gli anni a venire.
Ecco alcuni di tali
elementi, offerti senza esaustività e completezza, ma come
piccolo inizio:
1.
il volontariato deve confrontarsi
attivamente con alcune grandi sfide che ne determineranno in
parte anche il volto futuro:
-
anzitutto
dovremo fare i conti con l’equivocità culturale legata
alla diffusione del fatto volontaristico nel nostro Paese. È certo
incoraggiante constatare il credito che il fare volontariato ha
assunto nel sentire collettivo (ma anche nella valutazione dei
profili personali e professionali delle persone). Attenzione al
rischio di banalizzazione o di superficializzazione
che la cultura dal pensiero debole porta con se anche in riferimento
al volontariato. Non può essere scisso dalle radici motivazionali
che lo ispirano, non può essere estromesso dal contesto della vita
buona della persona che lo vive, non può essere relegato nella sfera
della benevolenza a scapito dell’ancoraggio al diritto e alla
giustizia. Insomma, non accettiamo che divenga un fatto di moda, uno
status symbol, una cosa buona a prescindere da ogni riferimento
assiologico di base. Collateralmente a tale tema avvertiamo una
preoccupazione per come si sta evolvendo il fenomeno del servizio
civile nazionale, nato da una valorialità forte ma gestito in
modo che non riesce al momento a far maturare pienamente i germi di
solidarietà e di cittadinanza attiva che si era prefisso. La stessa
confusione equivoca tra questo strumento e il volontariato non è
foriera di buone prassi
-siamo
sempre più chiamati ad accettare e risolvere la sfida delle
forme multiformi e variegate del volontariato. Non possiamo
parlare al singolare: è necessario iniziare a pensare ai
volontariati. Cosa che ha conseguenze di vario genere: dalla
necessità assoluta della ricerca del dialogo e del coordinamento,
all’opportunità di strategie normative che riconoscano le diversità,
alla creazione – iniziando dalla base territoriale – di formule
realistiche di rappresentatività con peso contrattuale,
specie verso il resto della società civile e le Istituzioni. Una
sfida che ci dice molto della complessità di un fenomeno che
necessita di essere governato, ma non pilotato. Se il volontariato
dal suo interno non riuscirà a darsi il volto giusto della
rappresentatività e del coordinamento, lo dovranno fare le
Istituzioni. E questo ci pare essere poco auspicabile
-esiste
una grande sfida di natura squisitamente politica,
ovvero di allocazione all’interno di un progetto di bene comune
di alto profilo. La crescita sempre più forte di formule di
terzo settore – segno di una forte dinamicità della società
civile , ma anche segnale della debolezza del welfare state e
delle forme di presa in carico delle situazioni concrete da parte
delle istituzioni – crea la necessità di un chiarimento rispetto
alla natura, all’identità, alla mission del volontariato
nella nostra situazione attuale. Si intravedono da più parti
molteplici tentativi di accomunare tutti i soggetti del terzo
settore non profit in una formulazione indistinta ed
indifferenziata. Il volontariato non può accettare questa formula di
aggregazione. Può e deve accettare formule di sinergia stretta e
coordinata, in cui le specificità concorrano alla produzione di
progettualità. Ma non deve cedere alla svendita della propria
tipicità. Una svendita che porterebbe inevitabilmente alla logica
della supplenza o della sostituzione che rischia addirittura di
minare alle radici il dover essere del volontariato. Va
salvaguardata la specificità di accompagnamento e di relazione
(a discapito della deriva gestionalista sempre più proposta),
l’elemento della gratuità, l’indipendenza, l’aggancio essenziale ai
territori.
2.
il volontariato
– specie quello dei discepoli del Signore Gesù – deve interpellare a
fondo la comunità ecclesiale, suscitando nelle stesse
comunità alcune prospettive pastorali che si snodano intorno
ad alcuni centri di interesse:
-
è essenziale
che le nostre comunità cristiane avvertano il fatto del volontariato
come grande opportunità. Non rispetto alla utilizzabilità per
perseguire i propri fini istituzionali, ma come vero ambito della
missione. Il volontariato cristiano è uno strumento di
evangelizzazione. Per questo va anzitutto promosso nelle forme e nei
modi possibili. Va seguito e curato perché raggiunga quegli elementi
di qualità che sono necessari per renderlo davvero testimonianza. Va
sostenuto con la stima, ma anche con il riconoscimento della propria
responsabilità. Va difeso nella sua autonomia che non è slegatura
dalla comunione ecclesiale, ma assunzione di responsabilità. In
questo quadro sarebbe davvero necessario ripensare a fondo il
rapporto tra Parrocchia e Associazioni di Volontariato – soprattutto
di ispirazione ecclesiale – presenti in essa, partendo da una
maggiore attenzione ai dettami del titolo V del Libro II del
Codice di Diritto Canonico e istituendo dei piccoli protocolli
di intesa pastorale cui fare riferimento per una azione più incisiva
e fondata sulla comunione
-l’importanza
del volontariato nella missione della Chiesa contemporanea è
anche dettata dalla vocazione specifica di questo ad affrontare
la sfida della speranza. La situazione contingente induce a
ritenere scelta pastorale prioritaria quella capace di costruire le
occasioni per rilanciare il senso di speranza tra la gente,
soprattutto tra i più poveri. A questo fine le nostre comunità
dovrebbero indirizzare la formazione e la cura del volontariato,
presentarlo in questa veste, lavorare perché possa realizzare tale
finalità. Per questo il volontariato ecclesiale deve essere
libero da ogni costrizione esterna, spesso legata purtroppo alle
modalità di finanziamento che burocratizzano l’azione, facendo di
fatto scadere la idealità di speranza
-è
parimenti essenziale che la comunità cristiana e i singoli avvertano
il volontariato non prioritariamente come un fare, ma come un
essere. Vale a dire che serve ricentrare l’obiettivo del
volontariato ecclesiale sulla sua valenza di esperienza
spirituale, di “vocazione”, di concretizzazione della risposta
all’amore di Dio riversato nei nostri cuori. Serve una spiritualità
di alto profilo per poter dare quella qualità evangelica al fare del
volontariato che gli consenta di essere missionario. Una priorità
dell’azione pastorale complessiva della nostra Chiesa per il futuro
del volontariato potrebbe essere la costruzione di paradigmi di
spiritualità. Cosa che è fattibile solo ricucendo i fili con il
passato che ha prodotto le grandi tradizioni spirituali di carità.
Nasce, così, un compito importante per le Congregazioni Religiose:
diventare corresponsabili di una offerta di spiritualità per il
mondo del volontariato al fine di riprendere seriamente in
considerazione la ratio espressa dai loro Fondatori. Questi,
anche per sovvenire alle necessità della gente, hanno dato vita ad
esperienze spirituali prima che ad azioni di solidarietà. Le
due cose sono compenetrate, ma oggi devono essere riprese insieme
con forza e convinzione. Pena lo scadere della qualità testimoniale
del nostro volontariato
-la
pastorale in genere, e quella dell’ambito caritativo in specie, deve
coscientizzarsi sulle precondizioni necessarie oggi per porre
in atto un volontariato aderente alle necessità e rispondente alla
sua missione. Anzitutto serve una solida organizzazione che
sappia vedere la complessità e assumerla. Una organizzazione che non
sfoci nel burocraticismo ma che non lasci il tutto al solo “buon
cuore”. E, in secondo luogo, serve un forte investimento sulla
formazione, da intendersi ben al di la della semplice
informazione tecnica (importante ma, se esclusivizzata come in tanti
oggi sembrano chiedere, rischia di “tecnicizzare” il rapporto di
base del volontariato). Si tratta di una formazione allo stile
oblativo con tutto quello che comporta e con le determinazioni
specifiche riferite ai destinatari dell’azione concreta.
Organizzazione e formazione richiedono la disponibilità ad investire
risorse e, soprattutto, la volontà dei volontari di lasciarsi alle
spalle l’ansia delle urgenze
- da quanto detto
scaturiscono alcune conseguenze di azione pastorale:
i.
la cura degli
stili di vita come elemento essenziale nella pastorale
ordinaria per poter promuovere e curare anche il volontariato
ii.
la necessità di
una revisione delle forme del volontariato tradizionale non certo in
merito ai carismi ma alle modalità attraverso le quali tale
carisma si rende visibile oggi
iii.
l’opportunità
di approfondire la missione laicale all’interno del volontariato, in
modo che si possa concretamente fare quella promozione dei laici da
tante parti invocata e ancora poco praticata, in virtù delle
indicazioni contenute nella
Apstolicam
Actuositatem
iv.
l’attenzione ai
giovani come elemento prioritario per il futuro del volontariato:
investire di più e meglio sul senso oblativo dei giovani, anche
accettando di stravolgere in parte i nostri schemi assodati di
azione volontaria
-la
grande sfida per volontariato ecclesiale, infine, è che diventi
sempre meglio segno di una Chiesa che abita il territorio, con
sguardo profetico. Cosa che richiede alle nostre parrocchie
maggiore impegno nell’abitare i territori, nel farsi
contaminare dall’ambiente in cui ci si trova ad annunciare
l’Evangelo.
3.
il
volontariato, in quanto espressione significativa della
cittadinanza attiva della società civile, pone oggi alcuni temi
di confronto che vanno attentamente considerati nelle agende delle
Istituzioni e nel cammino culturale del nostro tempo. Eccone alcuni
che ci paiono essere di primo piano:
-
nella
complessità sociale e culturale del nostro tempo e del nostro
territorio il volontariato deve poter esprimere appieno la propria
capacità di lettura dei territori e dei processi di natura
sociale, culturale, umana che in essi si sviluppano. La crescita
delle nuove forme di povertà e l’affiorare di rinnovate famiglie di
povertà classiche impongono una sempre maggiore frequentazione dei
territori grazie al cuore che vede. Il volontariato, in prima
battuta, proprio per il suo ruolo prioritariamente relazionale
è in grado di essere antenna privilegiata per cogliere e
iniziare ad affrontare queste nuove situazioni. Serve, da parte del
volontariato, un maggiore sforzo di adeguare la propria capacità
recettiva a tali ambiti di necessità, e per parte delle Istituzioni
la volontà di interlocuzione più continuativa, stabile, approfondita
con tali antenne privilegiate, anche nei processi di costruzione
delle scelte di orientamento generale. In questo senso è opportuno
che nel nostro contesto territoriale nascano dei protocolli di
dialogo tra il volontariato e le Istituzioni che abbiano di mira
anzitutto la prevenzione del disagio e della frantumazione delle
reti territoriali. Cosa che è certamente in linea con l’aspettativa
di cittadinanza e di partecipazione che vediamo innalzarsi nella
nostra città, specie nei quartieri
-a
partire da quanto appena citato il volontariato è certamente
chiamato oggi a riassumersi l’onere di esercitare il senso
critico con un ruolo davvero politico, nel senso di essere
sempre meglio attore del bene comune, evitando di scindere la
costruzione di questo dalla azione semplicemente sociale. Ruolo
politico che riguarda certamente le avanzate forme di advocacy
e di accompagnamento alla fruizione dei diritti, ma anche – e
soprattutto – lo sforzo di unire la costruzione di cittadinanza
attiva al contributo attivo ed esplicito per la costruzione degli
scenari di fondo cui fare riferimento, quelli politici e culturali.
Non è possibile che il volontariato giochi un ruolo a rimorchio, ma
deve poter offrire una lettura complessiva della situazione
sociale in grado di orientare il discernimento di coloro che hanno
responsabilità amministrative e dell’opinione pubblica. Cosa,
questa, che postula la volontà da parte del volontariato organizzato
di rimanere libero dai condizionamenti di natura partitica – pur nel
necessario dialogo anche con le forze politiche. Ma postula anche la
volontà di farsi la competenza necessaria per essere patrner
all’interno dei vari processi di partecipazione, dai vari tavoli
tematici alle formule più avanzate di programmazione
territoriale. E, sull’altro versante, postula l’impegno serio di non
lasciarsi scippare il ruolo culturale e la possibilità di
produrre cultura della carità e della solidarietà. Cosa che, invece,
si sta affievolendo sotto il peso – importante, certo, ma un po’
rischioso – dell’ansia delle opere
-è
giunto il momento in cui il volontariato si ponga seriamente la
questione del suo rapporto con quelle che, in gergo
ecclesiale, definiamo opere. Sempre più spesso anche nel
nostro contesto territoriale il volontariato organizzato è richiesto
di assumersi oneri di natura gestionale di alto profilo, fino alla
gestione di vere strutture (dall’accoglienza ai luoghi di
sollievo, dalle mense ai centri diurni). E, in taluni casi, lo
stesso volontariato aderisce a tale proposta in modo un po’
superficiale, magari allettato dalla possibilità di fare di più.
Cosa che ha un riscontro, ad esempio, nell’accrescersi di nuove
strutture nate ultimamente in seno al volontariato. In questo
profilo si intravede, però, una possibile negatività: lo
snaturamento dello stesso volontariato. Infatti una struttura
difficilmente si può gestire in virtù della sola opera volontaria.
Così si sta assistendo ad un incremento non residuale di personale
regolarmente assunto all’interno delle Associazioni. Cosa che può
innescare anche una certa corsa all’oro per essere poi in
grado di sopportare le spese, ivi comprese quelle di gestione delle
strutture sempre più complesse. Se il problema non si pone, ad
esempio, per il mondo cooperativistico ben diverso deve essere il
discorso per il volontariato. Forse bisognerebbe dare vita ad una
fase istruttoria che giunga a definire come conciliare le due
visioni, senza rischiare di svilire in buona parte il ruolo
essenziale di accompagnamento e di relazione che deve essere
ancora il distintivo del volontariato. Una prospettiva di presenza
del volontariato in “casa d’altri” con lo specifico proprio
-di
conseguenza è anche tempo che si ripensi il rapporto con l’Ente
Pubblico, a tutti i livelli. Ripensamento dovuto al cambiamento
della situazione generale, non a motivo di presunti cambi di
indirizzo strategici rispetto al passato. Vale a dire che è
opportuno e – direi – necessario che tra volontariato e Istituzioni
esista un rapporto profondo, continuativo e chiaro. Ma deve essere
impostato in modo da non dar vita a subordinazionismo, o – al
contrario – estraneismo, o anche sincretismo che toglie ogni
specificità. La grande sfida è il costruire insieme. Vale a
dire che bisogna dare ali concrete alla sussidiarietà verticale e
orizzontale, in modo che il volontariato sia percepito come
partner e non solo come opportunità per dare attuazione a ottimi
piani sociali, magari pensati da altri. Cosa che comporta la
coprogettazione in un clima di corresponsabilità paritaria, pur
nella diversità dei soggetti. Progetto da fare insieme, in modo che
entrambe i soggetti siano “mente e mani”, e con una verifica chiara
condotta sinergicamente. È importante abbandonare da parte dei
volontari la disponibilità acritica alla supplenza, ma senza
posizioni ideologiche e rigide. Si tratta di dare vita ad un
percorso congiunto in cui, posti alcuni obiettivi, il volontariato
si incammini verso l’abbandono graduale delle deleghe e le
Istituzioni si dotino di quegli strumenti necessari per assumersi
gli oneri per intero. Dunque entrare in una dimensione di dialogo e
collaborazione, uscendo dalla trappola dei vincoli, non ultimo
quello economico. Pur apprezzando le varie forme di controllo della
qualità dei servizi cui il volontariato è sottoposto, ci pare
urgente riaffermare la necessità di quest’ultimo di poter procedere
su standard qualitativi più legati all’efficacia che
all’efficienza. Non è possibile chiedere al Volontariato quello che
si chiede ad altri soggetti del terzo settore: sono in situazione
del tutto asimmetrica
-all’interno
del panorama della nostra città e Diocesi ci pare di poter porre
all’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni alcune
situazioni inerenti il volontariato che meriterebbe tenere in
maggiore considerazione. Eccone alcune:
i.
il ruolo del
volontariato non associato, quello spicciolo e quotidiano che
coinvolge migliaia di persone nel nostro territorio e che, in larga
parte, supplisce alle carenze di un welfare ancora in
cammino. Leggi, provvidenze, considerazione pubblica sono sempre
solo concentrate sulle benemerite Associazioni. È l’ora che anche il
volontariato minore venga aiutato a salire in classifica,
soprattutto quello di rapporto tra famiglia e famiglia, di buon
vicinato, di presa in carico informale ma reale. Le nostre
parrocchie sono testimoni soprattutto di questo volontariato e
chiedono che venga meglio rispettato e onorato. In questo ambito
pare opportuno chiedere che si dia il via ad un processo di
riconoscimento di alcune forme particolarmente pesanti di
volontariato de facto specie in correlazione con il supporto
alla disabilità psichica e al disagio della terza età
ii.
il delicato
ruolo del volontariato intracarcerario che ha il compito di
portare una carica forte di relazionalità ai detenuti. Si tratta di
un mondo complesso e, necessariamente, sottoposto a regolamentazione
molto ferrea. Ma sarebbe opportuno capire meglio come si possa dare
continuità di accompagnamento ai detenuti a fine pena, come
interagire meglio all’interno delle strutture di reclusione magari
partecipando anche alla costruzione di progetti educativi condivisi,
come creare legami tra il carcere e il mondo esterno in vista del
reinserimento delle persone ristrette. Ci sono, anche a Torino,
belle esperienze, ma si tratta di approfondirle con coraggio
iii.
il ruolo del
volontariato nelle strutture socio sanitarie per i diversi modi
di accompagnamento alle fasce più deboli in esse ospitate. Serve
chiarezza di obiettivi
– dall’una e
dall’altra parte – e maggiore interazione a livello progettuale, per
evitare scollamenti o contrapposizioni che non giovano al percorso
di accompagnamento e a quello terapeutico. Soprattutto importante
trovare strade di comunicazione più diretta ed istituzionalizzata
per condividere al meglio le necessità dei pazienti e delle loro
famiglie
iv.
il ruolo del
volontariato di frontiera che si spende sulle questioni della
marginalità estrema e che si trova spesso nelle maglie di prassi
ormai consolidate che lo costringono a difficili mediazioni. Anche
se serve la prima ed immediata emergenza non può essere
sovraccaricato di oneri, in orari impossibili, con modalità
perentorie, senza sostegni adeguati. L’adagio tanto c’è il
volontariato che, seppur non espresso, riecheggia in tante
iniziative di varie forze sociali ed Istituzionali deve essere
radicalmente rivisto. Pena la futura non sostenibilità del tutto.
4.
l’icona della Visita
di Maria ad Elisabetta come suggestione biblica di sintesi: per
un volontariato che restituisca la fede. Perché il servizio è in
grado di portare ciò che il servitore ha dentro. Dunque, per un
cristiano che voglia essere un buon “cristiano nel volontariato” è
essenziale lavorare molto sull’accoglienza del Signore in
se. Per essere un buon
trasmettitore di Dio fuori di se.