XIX GIORNATA CARITAS

auditorium del Santo Volto - Torino

1° marzo 2008

 

 

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Quali motivazioni portano il cristiano oggi ad impegnarsi nelle parrocchie o nelle associazioni?

Con che spirito offrire il proprio tempo e le proprie risorse?

In ragione della fede. I Volontari cristiani oggi

LA CARITÀ NON ABBIA FINZIONI

Suggerimenti pastorali e sociali

Pierluigi Dovis

L’esperienza del volontariato, a motivo della sua diffusione e del credito che ha assunto negli ultimi anni, non può essere estranea all’attenzione pastorale e culturale di coloro ai quali stanno a cure due esperienze di fondo: la testimonianza dell’Evangelo da una parte e la costruzione del bene comune dall’altra. Il volontariato è un grande valore per le nostre comunità e per la società civile. Un valore etico in primo luogo, ma anche di operatività. I numeri sono uno degli indicatori da non sottovalutare. Ma, prima della quantità, conta lo sforzo di dare qualità all’azione di solidarietà. Il nostro territorio e la nostra Chiesa ne sono ricchi. Non possiamo sprecare un patrimonio di tale dimensione. Per questo è opportuno riflettere, ma anche proporre qualche elemento per redigere insieme un vero e proprio progetto volontariato per gli anni a venire.

Ecco alcuni di tali elementi, offerti senza  esaustività e completezza, ma come piccolo inizio:

1.   il volontariato deve confrontarsi attivamente con alcune grandi sfide che ne determineranno in parte anche il volto futuro:

-     anzitutto dovremo fare i conti con l’equivocità culturale legata alla diffusione del fatto volontaristico nel nostro Paese. È certo incoraggiante constatare il credito che il fare volontariato ha assunto nel sentire collettivo (ma anche nella valutazione dei profili personali e professionali delle persone). Attenzione al rischio di banalizzazione o di superficializzazione che la cultura dal pensiero debole porta con se anche in riferimento al volontariato. Non può essere scisso dalle radici motivazionali che lo ispirano, non può essere estromesso dal contesto della vita buona della persona che lo vive, non può essere relegato nella sfera della benevolenza a scapito dell’ancoraggio al diritto e alla giustizia. Insomma, non accettiamo che divenga un fatto di moda, uno status symbol, una cosa buona a prescindere da ogni riferimento assiologico di base. Collateralmente a tale tema avvertiamo una preoccupazione per come si sta evolvendo il fenomeno del servizio civile nazionale, nato da una valorialità forte ma gestito in modo che non riesce al momento a far maturare pienamente i germi di solidarietà e di cittadinanza attiva che si era prefisso. La stessa confusione equivoca tra questo strumento e il volontariato non è foriera di buone prassi

-siamo sempre più chiamati ad accettare e risolvere la sfida delle forme multiformi e variegate del volontariato. Non possiamo parlare al singolare: è necessario iniziare a pensare ai volontariati. Cosa che ha conseguenze di vario genere: dalla necessità assoluta della ricerca del dialogo e del coordinamento, all’opportunità di strategie normative che riconoscano le diversità, alla creazione – iniziando dalla base territoriale – di formule realistiche di rappresentatività con peso contrattuale, specie verso il resto della società civile e le Istituzioni. Una sfida che ci dice molto della complessità di un fenomeno che necessita di essere governato, ma non pilotato. Se il volontariato dal suo interno non riuscirà a darsi il volto giusto della rappresentatività e del coordinamento, lo dovranno fare le Istituzioni. E questo ci pare essere poco auspicabile

-esiste una grande sfida di natura squisitamente politica, ovvero di allocazione all’interno di un progetto di bene comune di alto profilo. La crescita sempre più forte di formule di terzo settore – segno di una forte dinamicità della società civile , ma anche segnale della debolezza del welfare state e delle forme di presa in carico delle situazioni concrete da parte delle istituzioni – crea la necessità di un chiarimento rispetto alla natura, all’identità, alla mission del volontariato nella nostra situazione attuale. Si intravedono da più parti molteplici tentativi di accomunare tutti i soggetti del terzo settore non profit in una formulazione indistinta ed indifferenziata. Il volontariato non può accettare questa formula di aggregazione. Può e deve accettare formule di sinergia stretta e coordinata, in cui le specificità concorrano alla produzione di progettualità. Ma non deve cedere alla svendita della propria tipicità. Una svendita che porterebbe inevitabilmente alla logica della supplenza o della sostituzione che rischia addirittura di minare alle radici il dover essere del volontariato. Va salvaguardata la specificità di accompagnamento e di relazione (a discapito della deriva gestionalista sempre più proposta), l’elemento della gratuità, l’indipendenza, l’aggancio essenziale ai territori.

2.   il volontariato – specie quello dei discepoli del Signore Gesù – deve interpellare a fondo la comunità ecclesiale, suscitando nelle stesse comunità alcune prospettive pastorali che si snodano intorno ad alcuni centri di interesse:

-     è essenziale che le nostre comunità cristiane avvertano il fatto del volontariato come grande opportunità. Non rispetto alla utilizzabilità per perseguire i propri fini istituzionali, ma come vero ambito della missione. Il volontariato cristiano è uno strumento di evangelizzazione. Per questo va anzitutto promosso nelle forme e nei modi possibili. Va seguito e curato perché raggiunga quegli elementi di qualità che sono necessari per renderlo davvero testimonianza. Va sostenuto con la stima, ma anche con il riconoscimento della propria responsabilità. Va difeso nella sua autonomia che non è slegatura dalla comunione ecclesiale, ma assunzione di responsabilità. In questo quadro sarebbe davvero necessario ripensare a fondo il rapporto tra Parrocchia e Associazioni di Volontariato – soprattutto di ispirazione ecclesiale – presenti in essa, partendo da una maggiore attenzione ai dettami del titolo V del Libro II del Codice di Diritto Canonico e istituendo dei piccoli protocolli di intesa pastorale cui fare riferimento per una azione più incisiva e fondata sulla comunione

-l’importanza del volontariato nella missione della Chiesa contemporanea è anche dettata dalla vocazione specifica di questo ad affrontare la sfida della speranza. La situazione contingente induce a ritenere scelta pastorale prioritaria quella capace di costruire le occasioni per rilanciare il senso di speranza tra la gente, soprattutto tra i più poveri. A questo fine le nostre comunità dovrebbero indirizzare la formazione e la cura del volontariato, presentarlo in questa veste, lavorare perché possa realizzare tale finalità. Per questo il volontariato ecclesiale deve essere libero da ogni costrizione esterna, spesso legata purtroppo alle modalità di finanziamento che burocratizzano l’azione, facendo di fatto scadere la idealità di speranza

-è parimenti essenziale che la comunità cristiana e i singoli avvertano il volontariato non prioritariamente come un fare, ma come un essere. Vale a dire che serve ricentrare l’obiettivo del volontariato ecclesiale sulla sua valenza di esperienza spirituale, di “vocazione”, di concretizzazione della risposta all’amore di Dio riversato nei nostri cuori. Serve una spiritualità di alto profilo per poter dare quella qualità evangelica al fare del volontariato che gli consenta di essere missionario. Una priorità dell’azione pastorale complessiva della nostra Chiesa per il futuro del volontariato potrebbe essere la costruzione di paradigmi di spiritualità. Cosa che è fattibile solo ricucendo i fili con il passato che ha prodotto le grandi tradizioni spirituali di carità. Nasce, così, un compito importante per le Congregazioni Religiose: diventare corresponsabili di una offerta di spiritualità per il mondo del volontariato al fine di riprendere seriamente in considerazione la ratio espressa dai loro Fondatori. Questi, anche per sovvenire alle necessità della gente, hanno dato vita ad esperienze spirituali prima che ad azioni di solidarietà. Le due cose sono compenetrate, ma oggi devono essere riprese insieme con forza e convinzione. Pena lo scadere della qualità testimoniale del nostro volontariato

-la pastorale in genere, e quella dell’ambito caritativo in specie, deve coscientizzarsi sulle precondizioni necessarie oggi per porre in atto un volontariato aderente alle necessità e rispondente alla sua missione. Anzitutto serve una solida organizzazione che sappia vedere la complessità e assumerla. Una organizzazione che non sfoci nel burocraticismo ma che non lasci il tutto al solo “buon cuore”. E, in secondo luogo, serve un forte investimento sulla formazione, da intendersi ben al di la della semplice informazione tecnica (importante ma, se esclusivizzata come in tanti oggi sembrano chiedere, rischia di “tecnicizzare” il rapporto di base del volontariato). Si tratta di una formazione allo stile oblativo con tutto quello che comporta e con le determinazioni specifiche riferite ai destinatari dell’azione concreta. Organizzazione e formazione richiedono la disponibilità ad investire risorse e, soprattutto, la volontà dei volontari di lasciarsi alle spalle l’ansia delle urgenze

-    da quanto detto scaturiscono alcune conseguenze di azione pastorale:

i.   la cura degli stili di vita come elemento essenziale nella pastorale ordinaria per poter promuovere e curare anche il volontariato

ii.    la necessità di una revisione delle forme del volontariato tradizionale non certo in merito ai carismi ma alle modalità attraverso le quali tale carisma si rende visibile oggi

iii.    l’opportunità di approfondire la missione laicale all’interno del volontariato, in modo che si possa concretamente fare quella promozione dei laici da tante parti invocata e ancora poco praticata, in virtù delle indicazioni contenute nella

Apstolicam Actuositatem

iv.    l’attenzione ai giovani come elemento prioritario per il futuro del volontariato: investire di più e meglio sul senso oblativo dei giovani, anche accettando di stravolgere in parte i nostri schemi assodati di azione volontaria

-la grande sfida per volontariato ecclesiale, infine, è che diventi sempre meglio segno di una Chiesa che abita il territorio, con sguardo profetico. Cosa che richiede alle nostre parrocchie maggiore impegno nell’abitare i territori, nel farsi contaminare dall’ambiente in cui ci si trova ad annunciare l’Evangelo.

3.   il volontariato, in quanto espressione significativa della cittadinanza attiva della società civile, pone oggi alcuni temi di confronto che vanno attentamente considerati nelle agende delle Istituzioni e nel cammino culturale del nostro tempo. Eccone alcuni che ci paiono essere di primo piano:

-     nella complessità sociale e culturale del nostro tempo e del nostro territorio il volontariato deve poter esprimere appieno la propria capacità di lettura dei territori e dei processi di natura sociale, culturale, umana che in essi si sviluppano. La crescita delle nuove forme di povertà e l’affiorare di rinnovate famiglie di povertà classiche impongono una sempre maggiore frequentazione dei territori grazie al cuore che vede. Il volontariato, in prima battuta, proprio per il suo ruolo prioritariamente relazionale è in grado di essere antenna privilegiata per cogliere e iniziare ad affrontare queste nuove situazioni. Serve, da parte del volontariato, un maggiore sforzo di adeguare la propria capacità recettiva a tali ambiti di necessità, e per parte delle Istituzioni la volontà di interlocuzione più continuativa, stabile, approfondita con tali antenne privilegiate, anche nei processi di costruzione delle scelte di orientamento generale. In questo senso è opportuno che nel nostro contesto territoriale nascano dei protocolli di dialogo tra il volontariato e le Istituzioni che abbiano di mira anzitutto la prevenzione del disagio e della frantumazione delle reti territoriali. Cosa che è certamente in linea con l’aspettativa di cittadinanza e di partecipazione che vediamo innalzarsi nella nostra città, specie nei quartieri

-a partire da quanto appena citato il volontariato è certamente chiamato oggi a riassumersi l’onere di esercitare il senso critico con un ruolo davvero politico, nel senso di essere sempre meglio attore del bene comune, evitando di scindere la costruzione di questo dalla azione semplicemente sociale. Ruolo politico che riguarda certamente le avanzate forme di advocacy e di accompagnamento alla fruizione dei diritti, ma anche – e soprattutto – lo sforzo di unire la costruzione di cittadinanza attiva al contributo attivo ed esplicito per la costruzione degli scenari di fondo cui fare riferimento, quelli politici e culturali. Non è possibile che il volontariato giochi un ruolo a rimorchio, ma deve poter offrire una lettura complessiva della situazione sociale in grado di orientare il discernimento di coloro che hanno responsabilità amministrative e dell’opinione pubblica. Cosa, questa, che postula la volontà da parte del volontariato organizzato di rimanere libero dai condizionamenti di natura partitica – pur nel necessario dialogo anche con le forze politiche. Ma postula anche la volontà di farsi la competenza necessaria per essere patrner all’interno dei vari processi di partecipazione, dai vari tavoli tematici alle formule più avanzate di programmazione territoriale. E, sull’altro versante, postula l’impegno serio di non lasciarsi scippare il ruolo culturale e la possibilità di produrre cultura della carità e della solidarietà. Cosa che, invece, si sta affievolendo sotto il peso – importante, certo, ma un po’ rischioso – dell’ansia delle opere

-è giunto il momento in cui il volontariato si ponga seriamente la questione del suo rapporto con quelle che, in gergo ecclesiale, definiamo opere. Sempre più spesso anche nel nostro contesto territoriale il volontariato organizzato è richiesto di assumersi oneri di natura gestionale di alto profilo, fino alla gestione di vere strutture (dall’accoglienza ai luoghi di sollievo, dalle mense ai centri diurni). E, in taluni casi, lo stesso volontariato aderisce a tale proposta in modo un po’ superficiale, magari allettato dalla possibilità di fare di più. Cosa che ha un riscontro, ad esempio, nell’accrescersi di nuove strutture nate ultimamente in seno al volontariato. In questo profilo si intravede, però, una possibile negatività: lo snaturamento dello stesso volontariato. Infatti una struttura difficilmente si può gestire in virtù della sola opera volontaria. Così si sta assistendo ad un incremento non residuale di personale regolarmente assunto all’interno delle Associazioni. Cosa che può innescare anche una certa corsa all’oro per essere poi in grado di sopportare le spese, ivi comprese quelle di gestione delle strutture sempre più complesse. Se il problema non si pone, ad esempio, per il mondo cooperativistico ben diverso deve essere il discorso per il volontariato. Forse bisognerebbe dare vita ad una fase istruttoria che giunga a definire come conciliare le due visioni, senza rischiare di svilire in buona parte il ruolo essenziale di accompagnamento e di relazione che deve essere ancora il distintivo del volontariato. Una prospettiva di presenza del volontariato in “casa d’altri” con lo specifico proprio

-di conseguenza è anche tempo che si ripensi il rapporto con l’Ente Pubblico, a tutti i livelli. Ripensamento dovuto al cambiamento della situazione generale, non a motivo di presunti cambi di indirizzo strategici rispetto al passato. Vale a dire che è opportuno e – direi – necessario che tra volontariato e Istituzioni esista un rapporto profondo, continuativo e chiaro. Ma deve essere impostato in modo da non dar vita a subordinazionismo, o – al contrario – estraneismo, o anche sincretismo che toglie ogni specificità. La grande sfida è il costruire insieme. Vale a dire che bisogna dare ali concrete alla sussidiarietà verticale e orizzontale, in modo che il volontariato sia percepito come partner e non solo come opportunità per dare attuazione a ottimi piani sociali, magari pensati da altri. Cosa che comporta la coprogettazione in un clima di corresponsabilità paritaria, pur nella diversità dei soggetti. Progetto da fare insieme, in modo che entrambe i soggetti siano “mente e mani”, e con una verifica chiara condotta sinergicamente. È importante abbandonare da parte dei volontari la disponibilità acritica alla supplenza, ma senza posizioni ideologiche e rigide. Si tratta di dare vita ad un percorso congiunto in cui, posti alcuni obiettivi, il volontariato si incammini verso l’abbandono graduale delle deleghe e le Istituzioni si dotino di quegli strumenti necessari per assumersi gli oneri per intero. Dunque entrare in una dimensione di dialogo e collaborazione, uscendo dalla trappola dei vincoli, non ultimo quello economico. Pur apprezzando le varie forme di controllo della qualità dei servizi cui il volontariato è sottoposto, ci pare urgente riaffermare la necessità di quest’ultimo di poter procedere su standard qualitativi più legati all’efficacia che all’efficienza. Non è possibile chiedere al Volontariato quello che si chiede ad altri soggetti del terzo settore: sono in situazione del tutto asimmetrica

-all’interno del panorama della nostra città e Diocesi ci pare di poter porre all’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni alcune situazioni inerenti il volontariato che meriterebbe tenere in maggiore considerazione. Eccone alcune:

i.   il ruolo del volontariato non associato, quello spicciolo e quotidiano che coinvolge migliaia di persone nel nostro territorio e che, in larga parte, supplisce alle carenze di un welfare ancora in cammino. Leggi, provvidenze, considerazione pubblica sono sempre solo concentrate sulle benemerite Associazioni. È l’ora che anche il volontariato minore venga aiutato a salire in classifica, soprattutto quello di rapporto tra famiglia e famiglia, di buon vicinato, di presa in carico informale ma reale. Le nostre parrocchie sono testimoni soprattutto di questo volontariato e chiedono che venga meglio rispettato e onorato. In questo ambito pare opportuno chiedere che si dia il via ad un processo di riconoscimento di alcune forme particolarmente pesanti di volontariato de facto specie in correlazione con il supporto alla disabilità psichica e al disagio della terza età

ii.    il delicato ruolo del volontariato intracarcerario che ha il compito di portare una carica forte di relazionalità ai detenuti. Si tratta di un mondo complesso e, necessariamente, sottoposto a regolamentazione molto ferrea. Ma sarebbe opportuno capire meglio come si possa dare continuità di accompagnamento ai detenuti a fine pena, come interagire meglio all’interno delle strutture di reclusione magari partecipando anche alla costruzione di progetti educativi condivisi, come creare legami tra il carcere e il mondo esterno in vista del reinserimento delle persone ristrette. Ci sono, anche a Torino, belle esperienze, ma si tratta di approfondirle con coraggio

iii.    il ruolo del volontariato nelle strutture socio sanitarie per i diversi modi di accompagnamento alle fasce più deboli in esse ospitate. Serve chiarezza di obiettivi

– dall’una e dall’altra parte – e maggiore interazione a livello progettuale, per evitare scollamenti o contrapposizioni che non giovano al percorso di accompagnamento e a quello terapeutico. Soprattutto importante trovare strade di comunicazione più diretta ed istituzionalizzata per condividere al meglio le necessità dei pazienti e delle loro famiglie

iv.    il ruolo del volontariato di frontiera che si spende sulle questioni della marginalità estrema e che si trova spesso nelle maglie di prassi ormai consolidate che lo costringono a difficili mediazioni. Anche se serve la prima ed immediata emergenza non può essere sovraccaricato di oneri, in orari impossibili, con modalità perentorie, senza sostegni adeguati. L’adagio tanto c’è il volontariato che, seppur non espresso, riecheggia in tante iniziative di varie forze sociali ed Istituzionali deve essere radicalmente rivisto. Pena la futura non sostenibilità del tutto.

4.   l’icona della Visita di Maria ad Elisabetta come suggestione biblica di sintesi: per un volontariato che restituisca la fede. Perché il servizio è in grado di portare ciò che il servitore ha dentro. Dunque, per un cristiano che voglia essere un buon “cristiano nel volontariato” è essenziale lavorare molto sull’accoglienza del Signore in se. Per essere un buon trasmettitore di Dio fuori di se.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 03-03-08